Le collezioni d'arte

Ritratto di Giorgio Pitacco

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Edgardo Sambo (Trieste 1882 – 1966)

Ritratto di Giorgio Pitacco (1924)
Olio su tela, cm 97 x 66,5


Giorgio Pitacco fu Sindaco di Trieste e Senatore del Regno d'Italia. La sua presidenza alla Direzione Generale di Pubblica Beneficenza cadde in un momento di particolare trasformazione per l'Istituto, conseguenza della crisi subentrata nell'immediato dopoguerra e delle incertezze burocratico-amministrative generate dall'annessione della città all'Italia. Pitacco dovette, giocoforza, sopprimere la vecchia Istituzione, ormai esautorata dai suoi compiti primari a seguito del  R.D. del 22 aprile 1923, che estendeva alle nuove provincie la legislazione italiana sulla beneficenza pubblica, con la costituzione, anche a Trieste, della Congregazione di Carità, già esistente dal 1862 nelle altre città italiane. “Il 12 dicembre 1923 la Direzione Generale di Pubblica Beneficenza teneva la sua ultima riunione, nella quale il Sindaco dott. Pitacco prendeva congedo dai suoi collaboratori, passando le consegne al primo Presidente della Congregazione di Carità Carlo Banelli”. L'anno successivo il pittore Edgardo Sambo ricevette l'incaricato per l'esecuzione del suo ritratto. Dopo un iniziale tirocinio alla scuola di Giovanni Zangrando, dal 1900 al 1904, e i successivi soggiorni a Vienna e a Monaco, Sambo frequentò il “Corso del nudo e costume” istituito dal Circolo Artistico di Trieste che gli valse nel  910, per merito, un sussidio di studio conseguito insieme all'amico Argio Orell; l'anno successivo ottenne la borsa di studio
“Pensionato Rittmeyer” per un soggiorno a Roma, dove tenne uno studio in via di Ripetta e dove ebbe modo di entrare in contatto, tra l'altro, con la pittura di Cézanne e Matisse, ammirata nella sala degli Impressionisti alla Prima Secessione Romana del 1913.In questo caso, il pittore frena la sua propensione a trasformare il dato naturalistico in forme astrattizzanti, secondo gli  sviluppi secessionisti, mantenendo tuttavia inalterato quel gusto per una stilizzazione raffinata e decorativa. La floreale tappezzeria di fondo, inoltre, conferisce alla composizione una spiccata valenza decorativa, accentuata  alla consueta cromia antinaturalistica.

Ritratto di Carlo Banelli

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Argio Orell (Trieste, 1884 – 1942)

Ritratto di Carlo Banelli (1938)
Olio su tela, cm 59 x 49

Enfant prodige della pittura triestina, Argio Orell fu ammesso ad appena diciotto anni alla scuola del grande simbolista monacense Franz Von Stuck, il quale intuì prontamente le capacità del suo giovane allievo. Rientrato nel capoluogo giuliano, gli fu subito proposta un'esposizione presso il negozio Schollian, allora vivace sede promozionale per gli artisti cittadini. La mostra, come ricorda il suo contemporaneo Sibilia, “ebbe un successo straordinario, come pochi se ne ricordano a Trieste: la folla faceva ressa innanzi al negozio per entrare e per vedere i lavori di questo giovane portentoso il cui nome era sulla bocca di tutti e che la stampa lodava con articoli di critica sincera ed affettuosa”. Pittore simbolista affascinato dalla flessuosa linea liberty, Orell, nel corso degli anni, maturò un distacco graduale da tali correnti europee accogliendo stilemi diffusi allora dal Novecento Italiano. Sedati i violenti impulsi giovanili, che lo condussero sulla strada del virtuosismo ostentato, il pittore matura la sua personale visione, frutto della convinzione che l'opera d'arte debba esser il risultato di una fredda elaborazione cerebrale.
Il dipinto in esame, si colloca nella fase conclusiva della sua attività, in un momento di rinato entusiasmo artistico, dopo un lungo periodo di malattia, ed è anche l'ultimo, ufficiale, 'rientro' sulla scena artistica triestina. Il Ritratto di Carlo Banelli fu, infatti, dipinto a Levade d'Istria tra l'agosto e il settembre del 1938; l'anno seguente la moglie lo fece ricoverare nell'Ospedale dei Cronici  di  Trieste,  dove cessò di vivere nel gennaio del 1942. In quest'occasione Argio Orell rifugge il fare largo e svelto, per concentrarsi sul tratto esile, minuto e mai improvvisato. A guisa di trasparente pannello scenografico, la liquidità dello sfondo scioglie la visione, sfumando e deformando la realtà retrostante, mentre lo sguardo, divertito e acuto, di Carlo Banelli si plasma in un impasto copioso di rapidi tocchi di pennello. Scendendo, la veste acquista consistenza nell'intreccio di sottili filamenti di colore, impreziositi da una luce trasparente, diffusa e uniforme, che ne esalta la qualità dell'abito. Elegante e allusiva la firma in basso a destra.