Le collezioni d'arte

In famiglia

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Egisto Lancerotto (Noale 1847 – Venezia 1916)
In famiglia
Olio su tela, cm 80,5 x 119,5

Protagonista della generazione del così detto verismo veneto, Egisto Lancerotto conobbe il successo  per le sue composizioni aneddotiche soprattutto negli anni Ottanta dell'Ottocento. L'imponente e armoniosa tela oggi nella sala riunione dell'I.T.I.S., dalla  “veloce e svolazzante stesura di matrice  favrettiana”, venne ammirata a Trieste nel 1890 e acquistata dagli Alimonda per abbellire le sale del loro castello di Sagrado, chiamato non a caso “Miramare sull'Isonzo”. Il collezionismo locale ammaliato com'era dalla pittura veneta contemporanea (negli stessi anni in cui  l'opera di Favretto, Una  dichiarazione, entrava nel museo Revoltella) non poteva che premiare con l'acquisto anche una tela così sgargiante, ospitata con entusiasmo nelle sale del palazzo Revoltella dall'esposizione promossa dal Circolo Artistico.

Lancerotto, non  rinunciando a un bagaglio cromatico tipicamente alla veneta, che aveva in Giacomo  Favretto e Luigi Nono due interpreti d'eccezione, aggredisce la tela con un vigore moderno, autentici graffi, segni ben visibili, per esempio, nella rete da pesca utilizzata quale elemento scenografico alle spalle dell'allegra scena che vede i due umili nonni giocare con il nipotino seduto sul tavolo dinanzi alla madre.

Venditrice di frutta (Fruttivendola veneziana)

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Umberto Veruda (Trieste 1868 – 1904)

Venditrice di frutta (Fruttivendola veneziana)
Olio su tela, cm 127 x 107

La Venditrice di frutta o Fruttivendola veneziana è uno degli esempi più felici nati dall'esuberante pennello di Umberto Veruda, in questo caso intriso di luminosa verità veneziana. L'opera, eseguita fra  le lagune nell'estate del 1892 in parallelo al Garanghelo del Civico Museo Revoltella di Trieste, fu presentata dal pittore nell'autunno successivo, nell'unico asilo cittadino per gli artisti che volessero esporre in pubblico, ossia il negozio Schollian. Si  trattava in verità di una  “botteguccia d'antiquario e di decoratore”, ubicata “in quel primo tronco della via Roma, che si chiamava allora via Ponterosso”. Il   lavoro fu valutato favorevolmente dalla critica, che evidenziò i progressi fatti dall'artista. Ricorda  Silvio  Benco, come la rivelazione dell'opera di Veruda fosse intesa nei circoli cittadini come una rivoluzione: “entrava con lui a Trieste l'impressionismo, sfondando bruscamente le porte: non si parlava che di lui, come non si è mai parlato in città di alcun altro pittore: e alle novità del suo modo di dipingere violento e scorretto, sorpassate le inesperienze con l'imperiosità dei toni aspri e con una tal quale freschezza irruente delle pennellate, il Veruda aggiungeva le stravaganze di un dandismo eccentrico, che nessuno osò «più mai imitare».

Molto apprezzati furono, non solo il volto ridente e la posa sensuale della giovane popolana, ma anche la gustosa natura morta in primo piano, i vasi di terraglia e la lampada fiorentina sul fondo. La Venditrice di frutta fu acquistata dal dottor Alimonda, direttore dell'Istituto elettro-terapico di Sagrado (Gorizia). Il dipinto ha fatto quindi  parte della Fondazione Melchiorre Pasquale Alimonda de Manentreu, costituita il 30 giugno 1906 e confluita nel 1978 nella Fondazione Ananian di Trieste.