Le collezioni d'arte

Elifaz, Bildad e Zofar cercano di consolare Giobbe dalle sue disgrazie

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Giovan Antonio Fumiani (Venezia 1643 – 1710)

Elifaz, Bildad e Zofar cercano di consolare Giobbe dalle sue disgrazie
Olio su tela, cm 66,5 x 154

L'episodio narrato affronta un tema vetero-testamentario ripreso dal Libro di Giobbe, in particolare dal terzo capitolo. Giobbe, ricco possidente di Uz, uomo integro e retto, “il più grande di tutti gli Orientali”, viene messo alla prova da Jahwè, che, a seguito d'un colloquio con Satana, acconsente di testare il grado di probità e fedeltà dell'uomo, lasciando l'iniziativa all'angelo ribelle.

Iniziano così a cadere sul pover’uomo le disgrazie impartite dal maligno: i Sabei gli sottraggono i buoi e le asine, i Caldei gli rubano i cammelli passando “a fil di spada i servitori”; e ancora, un incendio, “caduto dal cielo”, colpisce le pecore e i suoi servitori, mentre un vento impetuoso si abbatte sulla sua casa distruggendola e decimandogli la prole. Si configurano così, in queste quattro calamità, le fonti primarie delle sofferenze che rendono impotente l'individuo: l'uomo e la storia da un lato, la natura e la creazione dall'altro. A queste tragedie improvvise e imprevedibili Giobbe reagisce accettando umilmente la volontà divina: si rade il capo, si straccia il mantello ed esclama: “nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò in seno della terra; l'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell'Eterno” (I, vv. 20-22). Saldo nelle sue convinzioni, Giobbe però rimane sempre più isolato, tanto da decidere, alfine, di chiudersi in un grande silenzio, condiviso dai suoi tre amici, Elifaz, Bildad e Zofar. Questi giunsero da lui per cercare di condividere e alleviare la sua sofferenza: “Rimasero seduti per terra, presso a lui, sette giorni e sette notti; e nessuno di loro gli rivolse la parola, perché vedeva che il suo dolore era molto grande” (II, vv. 12-13). Una vicinanza silenziosa, carica di significati e d'intensità, sintetizzabile nel principio “parlare è anche tacere”. 

Nel dipinto in esame si raffigura il momento successivo, quando Giobbe, rotto il silenzio, maledice il giorno in cui è nato dando vita con gli amici a un dibattito sul senso della sofferenza. Un dialogo serrato in cui il pittore sottolinea l'intensità dei pensieri, mediante una forte concentrazione di sguardi e una gestualità accentuata. Gli amici, il cui pensiero rappresenta la migliore cultura arabo-ebraica allora dominante, lo incalzano cercando di rintracciare nel suo comportamento le cause delle sofferenze che lo hanno colpito. Di fronte alle sofferenze del giusto infatti, vi ravvisavano una condotta fallace, avvenuta magari in tempi lontani o da attribuire a qualche avo. Il poveruomo tuttavia non può che respingere tali congetture, ritenendo di soffrire ingiustamente; i tre amici allora passano a confortarlo, ricordandogli come la felicità degli empi sia di breve durata, mentre le disgrazie del giusto ne saggino la sua virtù, o, ancora, come Dio castighi per prevenire colpe più gravi o per guarire dal peccato d'orgoglio.

Stilisticamente, la pennellata compendiaria, sciolta e vibrante trova nella pittura veneziana della seconda metà del Cinquecento, e particolarmente in quella veronesiana, il suo principale modello estetico. Un gusto, quello neoveronesiano, che interessò prevalentemente la pittura veneziana del Seicento, ma che conobbe fortuna anche in altre realtà artistiche d'Italia. In questo caso, il dipinto può essere riferito al pennello Giovanni Antonio Fumiani, pittore veneziano, che dopo un primo orientamento accademico emiliano, modulò il proprio stile in sintonia con la nuova  corrente  “neoveronesiana”, che a Venezia in quegli anni resisteva alle violente drammatizzazioni luministiche dei cosiddetti “tenebrosi”.